I love toret, salvare i toret di torino e valorizzarli in quanto bene comune.

Nato ufficialmente a settembre 2012 dopo una lunga fase di ideazione iniziata quasi due anni prima, il progetto vuole tutelare e valorizzare i Toret, le fontanelle verdi con testa di toro tipiche di Torino. L’associazione di promozione sociale "i love toret" si propone di costruire attraverso eventi, iniziative sociali e merchandising appositamente studiato una coscienza comune che porti al rispetto, alla preservazione e alla valorizzazione di un'icona della torinesità, riconosciuta come tale anche al di fuori dei confini cittadini.

Cosa vogliamo fare

Attraverso la possibilità di adottare gratuitamente e moralmente una delle 800 fontane che si trovano sulla mappa, vogliamo coinvolgere gli utenti come parte attiva e incoraggiarli a prendersi cura del loro toret controllando che sia sempre presente, che non venga danneggiato e che l’acqua esca regolarmente. Ci proponiamo di continuare la raccolta fondi da destinare alla causa con la vendita di merchandising (tazze, magliette, bicchieri, borracce, ecc ecc... con il logo di I love Toret) e attraverso iniziative mirate e donazioni libere.

Cosa facciamo per te

I love Toret ti rende parte di una causa: preservare un bene comune a cui tutti siamo affezionati, un simbolo attorno a cui si concentrano tanti ricordi della nostra vita. Vogliamo farlo coinvolgendoti in prima persona nelle nostre iniziative, facendoti divertire, conoscere nuova gente e stimolando la tua creatività.

Insomma...

Vogliamo diventare un punto di riferimento per istituzioni e cittadini con i nostri stessi obiettivi e impegnarci concretamente per vedere realizzato il nostro sogno.

"Anche se ha le corna, non è un buon motivo per tradirlo. Soprattutto dopo anni di dissetante carriera."

toret

Parlano di noi

Storie da Toret

Fonte di gioia



“Sìiiii?”

“Signora? sono Tonino, può scendere Ago?”

Ago, Fiuma, Dan, Anto, Simo, Nella, Salva, Giò, Brande. Mai il nome per esteso. Figuriamoci il cognome. Pà e mà, tollerati, ma non sempre. Mary, Giangy, Stefy, Pigy erano ancora da venire. Non esisteva la ipsilon.

“Non può! deve finire di fare i compiti”.

“Per favore…”. Perfavore che parola magica.

Cambiarsi e scendere alla nostra velocità: neanche Nembo Kid.

Scarpe da ginnica. Unica variabile tra l’abbigliamento civile e quello ‘incivile’ erano le scarpe. Basta. Si era pronti. Fosse una partita di pallone, nascondino, l’elastico, chi ha paura dello sparviero, la lotta, le figu con il palicia. Tanto poi era tutto da lavare. Noi compresi. Non il bagno nella vasca però. Quello la domenica, sbiancati per tutta la settimana.

Mai pensato di portarsi dietro l’acqua. Era già lì, ad aspettarci. La bottiglietta d’acqua che fa tanto sportivo, era ancora da venire.

L’adunanza, non in via Pál, era in piazzetta, cioè davanti a Gep. La nostra ‘funta’.

Non so chi l’avesse battezzata così (Gep con la e larga, ma tanto larga): era Gep già per mio padre. Quindi basta non si discute.

La colonna verde della nostra vita che cresceva. Una fontana. Con la testa di toro. Un Fontauro.

“Acqua, acqua!”. “Marsa, devo bere”. “Non va via, non va via. Mia madre mi gonfia”. “Tieni la testa sotto, che sennò ti viene il bernoccolo”. “Aspetta. Devo sciacquare la paletta”. “Mettilo sotto l’acqua che disinfetta”. “Un attimo! Che mi sto lavando”. “Ohu! c’ero prima io, aspetta il tuo turno. Non sei mica il più bello del paese”. “La vuoi bere tutta?”. “Lo dico a mio fratello”.

Questo sentiva Gep, e per tutti ne aveva. Sempre. La sua acqua non finiva mai. Un flusso costante. Chissà da dove veniva. Dalle montagne dicevano. È buona, fa bene, aggiusta.

Chi non faceva la coda, era Zar. Lui se ne batteva allegramente passando davanti a tutti, bevendo avidamente dalla pozzetta a terra (gli veniva più facile). Scrollandoci addosso l’acqua che gli finiva sulla groppa se ne tornava a rincorrere la nostra palla. Bucandola. Spesso. Fino a quando non è arrivato il pallone di cuoio, premio con le ‘valide’ delle figu. E allora hai voglia a mordere.

Gli unici a contendere la pozzetta a Zar erano i passerotti. Molto pazienti ed educati, aspettavano che tutti ci fossimo allontanati, anche di poco, per andare a bere o lavarsi. Ci andavano anche i piccioni che a quel tempo avevano tutte e due le zampe.

“Non attaccarti, che prendi le croste. Chissà chi ci ha bevuto!”. Mater dixit!

Chissà mai chi era che baciava sulla bocca Gep? Quale misteriosa malattia avremo preso? È per questa paura che non ho mai baciato Anto? (ps: questo è venuto dopo. Niente croste. Mater mendax!).

Si prendeva Gep per le corna o per le orecchie, testa leggermente inclinata, gambe larghe, bocca semiaperta, occhio semichiuso, una spanna dal getto e glùglùglù.

Il più bravo era quello che non si lavava tutta la faccia, o il collo, o tutta la maglietta o che non si riempiva le orecchie, sentendo poi tutto tappato. C’era poi chi per bere metteva le mani (lerce) a cucchiaia. Ma era lungo, non c’era tempo, si doveva giocare, correre, scappare. Il tocco di classe era riempire la carta dei ghiaccioli per fare il cocktail. Sempre se non si crepava per la potenza del getto. France era la più brava.

C’era chi metteva il pollice tappando metà del foro, bagnando tutti nel raggio di sette metri. Quello era Giova e dato che era scarso a pallone lo mettevamo sempre in porta. E allora si vendicava. E allora poi le prendeva. E allora poi ci ribagnava. E allora poi le prendeva un’altra volta. Poi è diventato unoenovantapercentochili. Ma quello dopo, per nostra fortuna.

Le ostilità si interrompevano al grido inumano quasi all’unisono delle nostri madri dal balcone o dalla finestra del cucinino: “A tavolaaa. È tardi. Vieni su o papà viene giù!”. Anche chi era lontano un isolato e mezzo filava su. Subito. Dovunque papà era papà.

Mezz’ora dopo la piazzetta veniva attraversata dalle bici con sù i nostri padri che andavano a fare la notte.

Sosta. Una sorsata, una pacca al toret.

Porta bene si dice.



Torino, anni dopo
Leandro Agostini

Verde Torino



Ero da poco arrivato a Torino.
Rimasi subito affascinato dall'atmosfera che ti pervade, entra nelle narici, la si respira.
Era il 18 dicembre. Mi avevano detto che d'inverno Torino regala il meglio di se. Beh, devo dire che avevano proprio ragione.
Vivevo con due ragazzi, tutti e due di Torino: Gaetano, di origini non propriamente settentrionali, era molto simpatico ma talvolta ti metteva in imbarazzo per quanto era schietto. Luigi invece era Torinese doc. "Se tu sei un torinese io sono juventino" era la frase che più spesso rivolgeva a Tano.
Uno dei primi giorni della nostra nuova convivenza, presi dall'entusiasmo di conoscere "uno che davvero viene dal sud" mi portarono a fare un giro in centro. Partimmo da piazza Castello e seguimmo il lato porticato di via Po. Mi spiegarono che solo uno dei due lati era riparato, cosicché il re potesse camminare senza prendere pioggia da piazza castello a piazza vittorio.

Così, come tre nobili, passeggiavamo in via Po.

Ad un certo punto Tano biascica una parola e Gigi subito a ridere. Poco dopo iniziarono a insistere sul dovermi portare in un posto. Arrivati all'altezza di via Rossini mi dissero che era un locale. In via Sant'Ottavio erano convinti di volermi offrire da bere: "Vieni vieni dai, speriamo non ci sia troppa gente…mi raccomando cerca di fare il dritto che mica ci portiamo cani e porci, sai abbiamo una certa reputazione….al Toro Verde".
Immaginai subito un locale fumosissimo, una specie di bisca clandestina dove covi di piemontesi si riunivano per comandare spedizioni contro i terroni che ancora oggi invadono la loro terra.
Camminando, i primi bislacchi pensieri scomparvero dietro il freddo del Po, e si annullarono davanti a quel muro di colori e quello spazio così vasto: piazza Vittorio.
Loro due erano fermi ad aspettarmi poco più avanti, vicino ad una fontanella. Io rimasi colpito dall'immensità di quella piazza. Stavo in silenzio, ascoltando il suono di una città che parla.
"Beh? Dai che il Toro Verde non è qui mica solo per te, sai?" disse Gigi.
Guardai i miei due amici: stavano in piedi di fianco ad una fontanella pubblica tipica di torino: un torello verde.
La tradizione si tramanda di generazione in generazione, da piemontese a meridionale, da meridionale a straniero, da straniero a torinese.

Nicola Martini

La rivincita del toret



Mimmo, Paolo e Federico erano tre giovani amici di quelli che dividevano in comune l'aver scelto di lavorare presto, la stessa fede calcistica e lo stesso bar che li ospitava ormai da anni per le loro discussioni calcistiche da dopolavoro.
Il campionato, all'epoca, si accontentava di una partita a settimana e la domenica, quindi, aveva un sapore particolare dopo sette giorni passati a sfogliare la gazzetta ed a intavolare discussioni sulle tattiche più appropriate che l'allenatore avrebbe dovuto adottare.
Quella domenica era diversa per i nostri tre amici, sia perché si giocava la partita di ritorno del tanto atteso derby tra Juventus e Torino, sia per il fatto che l'andata fu vinta dal Toro e Mimmo, Paolo e Federico erano tifosi a strisce e non in tinta unita!
La Juve ormai svettava in classifica e l'esito della partita non avrebbe compromesso la scalata allo scudetto, ma si sa ogni derby e' una storia a parte.
Inoltre il sorteggio del calendario delle partite sposto' molto in avanti l'incontro che cadde in una soleggiata ed afosa domenica di fine maggio.
L'incontro fu vibrante e combattuto e nessuna delle due pretendenti voleva cedere il passo. Decine le occasioni per entrambe ed i nostri tre amici, avvolti nelle loro bandiere bianconere, urlavano a squarcia gola ora incitando i propri beniamini ora mandando a quel paese la fazione opposta ora accomunando anche l'arbitro nella medesima sorte.
Il venditore di turno dispenso' anche, a caro prezzo, tre bibite non proprio ghiacciate che alla fine dei conti non fecero altro che aumentare la sete.

La partita finì patta! L'onore fu salvo e ,complice il caldo, le tifoserie uscirono senza battibecchi e scaramucce per defluire nel' antistante Piazza d'Armi a cercare refrigerio sotto le piante del parco.
Anche Mimmo, Paolo e Federico guadagnarono con una breve corsa una bella panchina vuota, al riparo dal sole e con affianco una bella fontanella.
Quale posto ideale per continuare le loro avvincenti discussioni post-partita!
Ed ecco che quasi senza accorgersene cominciarono uno strano balletto intorno a quella verde fontanella mimando azioni della partita appena vista e, dissetandosi, si scambiavano la posizione di bevuta come in un forsennato dribbling. Ovviamente non mancarono gli scherzi e quel povero getto di preziosa acqua veniva dirottato ora a destra ora a sinistra in un impazzito tornello che qualche volta non risparmiava nemmeno l'ignaro viandante che transitava li vicino.

Ci fecero di tutto su quella fontanella, senza pensiero; era un oggetto familiare che si trovava quasi ovunque, rassicurante, che accarezzavi dissetandoti mentre cercavi la posa migliore per non schizzarti i piedi, oppure ci salivi a cavalcioni se volevi fare lo sbruffone.

Anche quel pomeriggio si comportarono allo stesso modo e diedero tutta la loro confidenza a quella verde fontanella come avevano fatto per anni nella loro infanzia.

Solo che quel pomeriggio, avvolti nei loro vessilli bianconeri, inconsapevolmente si inchinarono più volte, come vassalli devoti verso il proprio re, di fronte ad una sorniona testa taurina!

David Andrew Sargentini

Con il patrocinio di